www.ebbemunk.dkarrowIl Rapporto Krusciov (1956)

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Nemico del Popolo

Fu Stalin a formulare il concetto di "nemico del popolo" [nota]. Questo termine rese automaticamente inutile il fornire la prova degli errori ideologici del l'uomo o degli uomini impegnati in una controversia; rese possibile l'uso della repressione più crudele, in violazione di tutte le norme della legalità rivoluzionaria, contro chiunque fosse in qualunque modo in disaccordo con Stalin; contro chi fosse anche solo sospetto di intenzioni ostili, contro chi avesse una cattiva reputazione. Il concetto di "nemico del popolo" eliminava di fatto la possibilità di qualsivoglia lotta ideologica o di qualunque presa di posizione su questo o quel problema, perfino di carattere pratico. In particolare esso faceva sì che, contro tutte le norme della scienza giuridica attuale, sola prova di colpevolezza fosse la "confessione" dello stesso accusato, confessione che, come hanno provato le inchieste successive, era ottenuta con pressioni fisiche sull'accusato.

Ciò portò a violazioni patenti della legalità rivoluzionaria e al fatto che molte persone del tutto innocenti, che nel passato avevano difeso la linea del partito, si trovarono tra le vittime. Va anche detto che, per quanto riguarda coloro che un tempo si erano opposti alla linea del partito, non v'erano spesso ragioni sufficientemente serie per la loro liquidazione fisica. La formula "nemico del popolo" era stata creata appunto allo scopo di annientare fisicamente tali individui.

È un fatto che molti uomini, che più tardi furono soppressi come nemici del partito e del popolo, avevano collaborato con Lenin, quando egli era vivo. Alcuni di loro avevano commesso errori, quando Lenin era ancora vivo, ma nonostante questo, egli aveva messo a profitto il loro lavoro, li aveva riportati sulla buona strada e aveva fatto tutto il possibile per mantenerli nei ranghi del partito, incitandoli a seguire il suo esempio.

A tale riguardo, i delegati al Congresso del partito dovrebbero prendere conoscenza di una nota inedita di V. I. Lenin, indirizzata all'Ufficio politico del Comitato centrale nell'ottobre 1920. Lenin, sottolineando i compiti della Commissione di controllo, scriveva che la Commissione si sarebbe dovuta trasformare in un vero "organo del partito e della coscienza proletaria".

"Come compito speciale della Commissione di controllo, si consiglia di stabilire rapporti profondi, personali, e in qualche caso potremmo dire perfino terapeutici, con i rappresentanti della cosiddetta opposizione, con coloro che hanno avuto una crisi psicologica per uno scacco subito nel loro lavoro dentro i soviets e il partito. Si dovrebbe fare uno sforzo per rassicurarli, per spiegar loro il problema con spirito cameratesco e trovar loro (evitando di dare ordini) un lavoro per cui siano psicologicamente adatti. I consigli e le regole che riguardano questo problema devono essere formulati dall'Ufficio organizzativo del Comitato centrale" [nota].

Tutti sanno come Lenin fosse implacabile con i nemici ideologici del marxismo, con coloro che deviavano dalla linea corretta del partito. Ma nello stesso tempo, Lenin, come risulta dal documento precedente, esigeva, nel suo metodo direttivo del partito, il più stretto contatto dentro il partito con gli uomini che avevano mostrato qualche indecisione o un temporaneo non conformismo con la linea del partito, ma che era possibile riportare sulla buona strada. Lenin consigliava di educare pazientemente questi uomini, senza ricorrere a provvedimenti estremi.

La saggezza di Lenin nei suoi rapporti umani era evidente nel suo lavoro con i quadri.

Stalin si distingueva invece per un atteggiamento ben diverso. Le caratteristiche di Lenin - il lavoro paziente con gli altri, la perseveranza e le cure dirette all'educazione dei militanti, la capacità di condurre le persone alla obbedienza senza usare costrizioni, ma piuttosto coll'influenza ideologica che esercitava su tutta la collettività - erano assolutamente estranee a Stalin. Stalin aveva rinunciato al metodo leninista della persuasione e dell'educazione; aveva abbandonato il metodo della lotta ideologica sostituendolo con quello della violenza amministrativa, delle repressioni in massa e del terrore. Agiva, su scala sempre più grande e in maniera sempre più inflessibile, mediante gli organi punitivi, violando spesso nello stesso tempo tutte le norme esistenti della moralità e della legislazione sovietica.

Il comportamento arbitrario di un solo individuo incoraggiò e permise gli arbitri degli altri. Arresti e deportazioni in massa di parecchie migliaia di persone, esecuzioni senza processo e senza la normale istruzione, crearono condizioni di insicurezza, di paura e financo di disperazione.

Ciò, naturalmente, non contribuì all'unità nelle file del partito e in tutti gli strati della popolazione lavoratrice, ma, al contrario, ebbe come effetto l'espulsione dal partito, e poi la soppressione di leali militanti, che per Stalin erano degli incomodi.

Il nostro partito ha combattuto per l'applicazione delle idee di Lenin e per l'edificazione del socialismo. Fu una lotta ideologica. Se, nel corso di questa lotta, i princìpi pi leninisti fossero stati osservati e se la fedeltà del partito a quei princìpi fosse stata abilmente congiunta a una costante sollecitudine per gli uomini, se questi uomini non fossero stati allontanati e respinti con durezza, ma attirati piuttosto verso di noi, non avremmo certamente conosciuto questa violazione brutale della legalità rivoluzionaria e migliaia di persone non sarebbero state vittime dei metodi terroristici. L'uso di misure eccezionali sarebbe stato rivolto solamente contro coloro che avessero commesso realmente atti delittuosi contro il sistema sovietico.

Ricordiamo alcuni fatti storici.

Nei giorni che precedettero la rivoluzione di ottobre, due membri del Comitato centrale del Partito bolscevico - Kamenev e Zinoviev - si dichiararono contrari ai progetti di Lenin su una rivolta armata. Per di più, il 18 ottobre, pubblicarono nel giornale menscevico, Novaya Gizn, un articolo nel quale dichiaravano che i bolscevichi, stavano preparando un'insurrezione, qualificata da loro come un'impresa da "giocatori d'azzardo". Kamenev e Zinoviev rivelavano così al nemico la decisione del Comitato centrale di far scoppiare la rivolta, che doveva avvenire in un futuro assai vicino [nota]. Era questo un tradimento nei riguardi del partito e della rivoluzione. A questo proposito Vladimiro Ilich Lenin scriveva: "Kamenev e Zinoviev hanno denunciato a Rodzianko e a Kerenski la risoluzione presa dal Comitato centrale del loro partito di giungere a una insurrezione armata" [nota]. Egli sottopose al Comitato centrale la questione dell'espulsione di Zinoviev e di Kamenev enote9.

Tuttavia, dopo la grande rivoluzione socialista di ottobre, Zinoviev e Kamenev, com'è noto, furono investiti di funzioni direttive. Lenin affidò loro incarichi, nei quali eseguirono per il partito compiti importantissimi ed ebbero una parte attiva nel lavoro degli organi direttivi del partito e dei soviets. Si sa che Zinoviev e Kamenev commisero molti altri gravi errori durante la vita di Lenin. Nel suo "testamento" Lenin avvertiva che "la parte sostenuta da Zinoviev e da Kamenev nell'ottobre non era certamente un caso accidentale". Tuttavia non pose mai il problema del loro arresto e, meno ancora, della loro liquidazione.

Prendiamo ora l'esempio dei trotskisti.

Oggi, essendo trascorso un periodo sufficientemente lungo dal punto di vista storico, possiamo parlare della lotta contro di loro con assoluta calma e possiamo analizzare la questione con piena obiettività. Dopo tutto, vicino a Trotsky, si trovavano elementi la cui origine non era precisamente borghese. Un certo numero di essi apparteneva alla intellighentsia del partito, altri erano reclutati fra gli operai. Possiamo ricordare molte persone che, in un momento della loro vita, si unirono ai trotskisti. Queste stesse persone avevano avuto una parte attiva nel movimento operaio prima della rivoluzione, nella rivoluzione d'ottobre e nel consolidamento della vittoria. Molte di loro ruppero con il trotskismo e ritornarono ai princìpi leninisti. Era necessario farli scomparire? Siamo profondamente convinti che, se Lenin fosse vissuto, questa misura estrema non sarebbe stata applicata contro molti di loro [nota].

Questi non sono che alcuni dei fatti storici. Ma si può dire che Lenin non risolse di impiegare anche i mezzi pili severi contro i nemici della rivoluzione, quando questo fu necessario? No, nessuno può dirlo. Vladimiro Ilich esigeva un atteggiamento intransigente nei riguardi dei nemici della rivoluzione e della classe lavoratrice e, quando ciò era necessario, aveva fatto ricorso alla maniera forte. Basterà che voi ricordiate il modo con cui Lenin combatté gli organizzatori socialisti-rivoluzionari dell'insurrezione antisovietica, i Kulaki controrivoluzionari nel 1918 e gli altri. Egli impiegò senza esitazione i metodi più severi contro il nemico. Tuttavia egli non ricorse a questi metodi se non di fronte a reali nemici di classe e non contro coloro che commisero colpe o errori, ma che era possibile ricuperare con l'influenza ideologica e perfino mantenere ai posti dirigenti [nota].

Lenin impiegò metodi severi solamente nei casi assolutamente necessari: quando le classi sfruttatrici esistevano ancora e si opponevano con forza alla rivoluzione, quando la lotta per la vita rivestiva le forme più acute, senza escludere la guerra civile enote10.

Stalin invece fece ricorso ai metodi estremi e alle repressioni in massa quando la rivoluzione era già vittoriosa, quando lo stato sovietico era ormai forte, quando le classi sfruttatrici erano già liquidate, quando le relazioni socialiste erano solidamente radicate in tutti i settori dell'economia nazionale, quando il nostro partito era politicamente consolidato e rinforzato sia numericamente che ideologicamente. È chiaro che, in tutta una serie di casi, Stalin dimostrò la sua intolleranza, la sua brutalità e abusò dei suoi poteri. Invece di provare la giustezza della sua politica e di mobilitare le masse, egli scelse spesso la via della repressione e dell'annientamento fisico, non solo contro i suoi reali nemici, ma anche contro individui che non avevano commesso alcun delitto contro il partito e il governo sovietico. Noi non vediamo in ciò alcun segno di saggezza, ma solo una manifestazione di quella brutalità, che aveva un tempo tanto allarmato Vladimiro Ilich Lenin.

Recentemente, specialmente dopo che venne smascherata la banda Beria [nota], il Comitato centrale ha esaminato una serie di storie manipolate da questa banda. Apparve allora un quadro assai fosco dei brutali capricci legati a un comportamento scorretto di Stalin. Come provano i fatti, Stalin, facendo uso del suo potere illimitato, si permise molti abusi, agendo in nome del Comitato centrale senza mai chiedere l'opinione dei membri, neanche di quelli dell'Ufficio politico del Comitato stesso; spesso non li informava neppure delle sue decisioni personali che riguardavano problemi molto importanti del partito e del governo enote11.

Considerando la questione del culto della personalità, dobbiamo in primo luogo mostrare a tutti il danno che ne venne agli interessi del nostro partito.

Vladimiro Ilich Lenin aveva sempre insistito sul compito e sull'importanza del partito nella direzione del governo socialista degli operai e dei contadini: vedeva in lui la condizione essenziale per un'edificazione vittoriosa del socialismo nel nostro paese. Sottolineando la grande responsabilità del Partito bolscevico come partito dirigente dello stato sovietico, Lenin invitava al rispetto più scrupoloso di tutte le norme di vita del partito; invitava a mettere in opera i princìpi della direzione collegiale del partito e dello stato.

La direzione collegiale scaturisce dalla natura stessa del nostro partito, costruito sui principi del centralismo democratico. "Ciò significa - diceva Lenin - che tutte le questioni del partito sono risolte da tutti i membri - direttamente o dai loro rappresentanti - i quali, senza eccezione, sono sottomessi alle stesse norme; inoltre, tutti i membri amministrativi, tutto il collegio dirigente, tutti coloro che hanno una funzione nel partito sono elettivi, devono render conto delle loro attività e possono essere destituiti".

Sappiamo che Lenin stesso era un esempio della pii? stretta osservanza di tali princìpi. Non v'era problema, per quanto importante, che Lenin risolvesse da solo, senza domandare il consiglio e l'approvazione della maggioranza dei membri del Comitato centrale o dei membri dell'Ufficio politico del Comitato centrale. Nei periodi più difficili per il nostro partito e per il nostro paese Lenin stimò necessario convocare regolarmente congressi, conferenze del partito e sessioni plenarie del Comitato centrale, in cui tutti i problemi più importanti erano discussi e risoluzioni, accuratamente messe a punto dall'insieme dei dirigenti, erano approvate.

Possiamo ricordare, per esempio, l'anno 1918, in cui il nostro paese era minacciato da una aggressione imperialista. In tale situazione fu convocato il VII Congresso del partito per discutere un problema vitale che non poteva essere rinviato - quello della pace. Nel 1919, mentre infuriava la guerra civile, fu convocato l'VIII Congresso, che adottò un nuovo programma del partito e risolse questioni importanti, come i rapporti con le masse contadine, l'organizzazione dell'Armata rossa, il compito direttivo del partito nei soviet, la modifica della composizione, sociale del partito e altri problemi ancora. Nel 1920 si tenne il IX Congresso, che stabilì i princìpi direttivi della politica del partito nel campo dello sviluppo economico. Nel 1921 il X Congresso adottò la nuova politica economica di Lenin e approvò la storica risoluzione chiamata "Dell'unità del partito" [nota]. Durante la vita di Lenin, i congressi del partito furono regolarmente convocati. Ogni volta che accadeva nello sviluppo del partito o della nazione una svolta radicale, Lenin considerava assolutamente necessario che il partito discutesse a fondo, esaurientemente tutti i problemi di politica interna o estera e le questioni riguardanti l'evoluzione del partito e del governo [nota].

Il fatto che Lenin abbia indirizzato i suoi ultimi articoli, le sue ultime lettere e le sue ultime osservazioni al congresso, come all'organo supremo del partito, è significativo. Nei periodi tra un congresso e l'altro, il Comitato centrale del partito, agendo come suprema autorità collegiale, osservava meticolosamente i princìpi del partito e attuava la sua politica.

Ecco ciò che succedeva al tempo di Lenin.

Questi sacri princìpi leninisti del partito sono stati applicati dopo la morte di Lenin?

Nei prima anni che seguirono alla morte di Lenin, i congressi e le riunioni plenarie ebbero luogo, più o meno, regolarmente. Più tardi, allorché Stalin cominciò a fondare progressivamente il suo potere, tali princìpi furono brutalmente violati. Ciò fu particolarmente evidente durante gli ultimi quindici anni della sua vita. Era questa forse una situazione normale, quando il nostro partito e la nazione vivevano avvenimenti di tale importanza? Questi avvenimenti esigevano categoricamente che il partito adottasse risoluzioni riguardanti la difesa durante la guerra patriottica e la ricostruzione in tempo di pace dopo la guerra enote12. Ora, anche dopo la fine della guerra, non vi furono congressi per più di sette anni. E già tanto se si convocavano sessioni plenarie del Comitato centrale. Ci basti dire che durante tutta la guerra patriottica nessuna seduta ebbe luogo. È vero che vi fu un tentativo di convocazione del plenum del Comitato centrale nell'ottobre del 1941, e i membri di esso furono chiamati a Mosca da tutte le parti del paese. Essi aspettarono per due giorni l'apertura del plenum, ma invano. Stalin non volle nemmeno incontrare i membri del Comitato centrale e parlare con loro [nota]. Questo fatto mostra come Stalin fosse abbattuto nei primi mesi di guerra e con quale arroganza e disprezzo trattasse i membri del Comitato centrale. Praticamente Stalin ignorava le norme di vita del partito e calpestava il principio leninista della direzione collegiale.

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Congress
XXe Congrès du parti communiste de l'union soviétique, Recueil de documents édité par "Les cahiers du communisme"
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