www.ebbemunk.dkarrowIl Rapporto Krusciov (1956)

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Note 3

(61) Il maresciallo Konstantin K. Rokossovsky nel novembre 1917 era un giovane sottotenente dell'esercito russo; si arruolò con i Rossi, aderì al partito e partecipò alla guerra civile (soprattutto nella Siberia orientale). Nel 1929 lo ritroviamo alla testa di una grande unità. Arrestato nel 1937 a Leningrado, nel corso degli interrogatori viene ferocemente e a più riprese battuto, quindi inviato in un campo di concentramento, donde fu liberato alla vigilia del conflitto del 1941. Questo reduce dalle galere della N.K.V.D. si dimostrò fra i più valenti generali della guerra russo-tedesca; i suoi più significativi successi furono la difesa di Mosca e la controffensiva di dicembre, agli ordini di Zukov; l'accerchiamento dell'armata von Paulus davanti a Stalingrado; l'avanzata che riuscì a tagliare la Russia orientale dal resto della Germania, ecc. Le truppe di Rokossovsky erano accampate sulle rive della Vistola, quando, ai primi di agosto 1944, scoppiò a Varsavia l'insurrezione antitedesca. Il collega politico di Rokossovsky, di cui controfirmava gli ordini, era il generale Bulganin, l'uomo di fiducia di Stalin, che fece prevalere una tattica di attesa con l'arma al piede, in modo da lasciar schiacciare l'insurrezione riservando a Mosca i profitti della situazione. Rokossovsky è stato fino all'ottobre 1956 responsabile della Difesa nazionale in Polonia e membro del Comitato centrale del Partito comunista polacco. Krusciov menziona altri membri dell'alto comando sovietico che furono torturati dalla N.K.V.D, e che, una volta liberati, ebbero una parte importante nella guerra: fra questi il colonnello generale Gorbatov, comandante del distretto militare del Baltico, e soprattutto il maresciallo K. A. Meretskov, che si distinse durante l'assedio di Leningrado e fu comandante in capo sul fronte artico.

(62) Il discorso di Stalin al quale Krusciov fa allusione non appare nella raccolta sulla "Grande guerra dell'Unione Sovietica per la salvezza della Patria"; sarà pubblicato solo se Krusciov se ne prenderà la briga. Segni di un profondo turbamento in Stalin furono notati, per esempio, nel settembre 1941, quando lord Beaverbrook e Harriman riferirono che egli "si trovava in uno stato di estrema tensione" (Mémorial de Roosevelt, I, p. 261) e quando Stalin supplicò gli Inglesi di inviare da venticinque a trenta divisioni sul fronte Est, nel nord o nel sud della Russia (W. Churchill, Memorie, III, 2., p. 104, telegramma di Stalin del 15 settembre).

(63) I generali tedeschi hanno fatto a Hitler analoghi rimproveri; Hitler era "il grande capitano che non è mai andato al fronte", che "non aveva alcun contatto personale con i soldati del fronte", che "nelle rarissime occasioni in cui si decise a visitare qualche posto di comando avanzato, fece sempre a tutta velocità la distanza tra l'aeroporto e il posto di comando, evitando ogni contatto con la truppa" (Generale F. Halder, Hitler, Seigneur de la guerre, Paris, 1950, p. 39).

(64) Il maresciallo Ivan K. Bagramian, membro del partito dal 1918, è il solo generale non slavo che sia divenuto uno dei comandanti in capo dell'esercito sovietico. Vice ministro

della Difesa, fu nominato membro candidato al Comitato centrale al XIX Congresso (1952), quando Stalin era ancora vivo, poi confermato a quel posto al XX Congresso (1956).

(65) Nella primavera del 1942 le forze tedesche, che avevano, o credevano di avere, posto riparo ai disastri in uomini e materiali dell'inverno, si preparavano a riprendere l'offensiva, che speravano di concludere vittoriosamente entro l'anno. II piano tedesco era di spostare l'asse dello sforzo verso il sud, nella duplice direzione di Stalingrado e del Caucaso, di tagliare ai Russi la via del petrolio e risalendo quindi attraverso Voronez e Tula accerchiare Mosca da sud-est. Molto probabilmente Stalin non si ingannava, quando nel discorso del 6 novembre 1942 concludeva: "Lo scopo principale dell'offensiva tedesca nel corso dell'estate fu di aggirare Mosca dall'est e di marciare quindi su questa città, mentre l'avanzata verso il sud aveva fra l'altro lo scopo di attirare le nostre riserve lontano da Mosca e di indebolire quel fronte, per poter attaccare più facilmente la capitale. In breve lo scopo principale del'offensiva tedesca dell'estate era di accerchiare Mosca e di mettere fine alla guerra in quello stesso anno" (Op. cit., p. 62). In ogni caso è certo che Stalin si attendeva attacchi molto pericolosi; di qui la decisione di scatenare un'offensiva preventiva per disorganizzare l'attacco tedesco. Ne fu incaricato Timocenko e fu scelto il fronte di Kharkov. La battaglia di Kharkov, di cui parla Krusciov, incominciò verso il 12 maggio ed era già perduta una decina di giorni dopo. L'attacco di Timocenko era stato in un primo momento una sorpresa per von Bock, ma esso veniva ad incrociarsi con l'operazione ormai quasi pronta dell'avanzata verso il sud, che doveva cominciare al principio di giugno. Anche per questa ragione l'iniziativa russa non scompigliò molto i piani del comando tedesco (G. Gigli, La seconda guerra mondiale (1939-1945), Bari, 1951, p. 258). Timocenko "voleva ad ogni costo aprirsi una strada in direzione di Kharkov", scatenando assalti su assalti (A. Heusinger, Hitler et l'O.K.H., Parigi, 1952, pp. 121-122). Von Bock si preoccupò soprattutto di accerchiare il maggior numero possibile delle forze attaccanti e ci riuscì. I Tedeschi hanno parlato Mi 240.000 prigionieri, i Russi ne hanno confessato solo 70.000; Krusciov è più esplicito: "I Tedeschi accerchiarono i nostri concentramenti di truppe e noi perdemmo in quel modo centinaia di migliaia di soldati" (vedi p. 177). L'offensiva tedesca raggiunse il suo culmine a cominciare dai primi giorni di giugno e Timocenko, reso più prudente, modificò la sua tattica: "Mentre all'inizio tendeva a impegnare gli uomini per risparmiare lo spazio, in seguito, arrendendosi all'evidenza, raccomandava nelle sue istruzioni di non difendere più il terreno a palmo a palmo, perché, diceva, una tale ostinata difesa avrebbe causato perdite troppo forti". (G. Gigli, Op. cit., p. 273). Vi saranno ancora due battaglie di Kharkov: una nel febbraio-marzo 1943, in cui Kharkov fu conquistata dai Russi il 16 febbraio e ripresa dai Tedeschi il 15 marzo; l'altra iniziata il 3 agosto 1943 e finita il 23 agosto con la liberazione definitiva della città (Gen. A. Guillaume, La guerre germano-soviétique, Parigi, 1949, pp, 91-114).

(66) Durante la difesa di Mosca alla fine del 1941 Alessandro M. Vassilevsky comanda, agli ordini di Zukov, una semplice divisione. Nel 1942 è nominato comandante d'armata e gli viene affidata la difesa di Voronez, di cui, meglio di chiunque altro, egli ha capito l'importanza come cardine della resistenza tra Stalingrado e Mosca. Nel 1943 viene nominato maresciallo e ben presto diventa il capo di Stato Maggiore dell'Armata rossa, molto apprezzato da Stalin. Quantunque sia entrato nel partito solo nel 1938, è designato membro effettivo del Comitato centrale al congresso staliniano del 1952 e confermato in quello del 1956. Oggi è primo viceministro della Difesa. Krusciov sottolinea la sua obbedienza a Stalin nell'episodio della battaglia di Kharkov nel 1942.

(67) Krusciov ricorre due volte nel suo rapporto alla testimonianza di Mikoian: a questo punto, a proposito della battaglia di Kharkov, più avanti a proposito dell'affare di un dirigente comunista transcaucasico (p. 204). Egli rivela che "se Stalin fosse rimasto al timone qualche mese di più, Molotov e Mikoian non avrebbero pronunciato discorsi al XX Congresso" (p. 237-8). Una solidarietà, di cui è difficile definire le componenti e il grado, lega fra loro Krusciov e Mikoian; due fatti sembrano averla rinforzata: la partecipazione molto attiva, se non diretta, di Mikoian all'esecuzione di Beria, che resta per Krusciov ad un tempo la bestia nera e il capro espiatorio di molti peccati del regime, e la parte da essi avuta nell'inaugurazione della campagna antistaliniana, annunciata da Mikoian in un discorso pubblico al XX Congresso e portata più avanti da Krusciov nel suo "rapporto segreto".

(68) Tra i "gravi errori" commessi da Stalin la risoluzione del Comitato centrale del 30 giugno 1956 cita quelli da lui perpetrati "nell'organizzare la preparazione del paese alla resistenza contro gli invasori fascisti". Se veramente i dirigenti del partito affrontano seriamente il compito di "ridimensionare" la gloria militare di Stalin, dovranno farne di passi indietro; infatti il giudizio formulato da Molotov allora secondo personaggio del regime, nel discorso elettorale del 6 febbraio 1946, era molto esplicito. A suo parere la vittoria sovietica era stata possibile, perché la lotta "era stata condotta a buon fine secondo il piano strategico e sotto il comando diretto del grande capitano, il compagno Stalin" e perché i generali e i marescialli hanno marciato "con alla testa il generalissimo Stalin" (Segretariato all'Informazione, Articles et documents, 18 febbraio 1946, n. 477).

(69) Il cambiamento della tattica sovietica non era sfuggito al comando tedesco. Secondo Halder, tra l'esercito tedesco e quello russo c'era stato a questo riguardo un'evoluzione inversa: "È interessante, dal punto di vista storico, seguire i Russi dalla rigida difensiva del 1941, che costò loro tante disfatte, a manovre molto più elastiche... mentre da parte nostra seguimmo l'evoluzione inversa, abbandonando l'elasticità di manovra per adottare una tattica difensiva priva di immaginazione, e che alla fine condusse al disastro" (Op. cit., p. 93); vedi n. 65 [nota].

(70) Giorgio K. Zukov, che fece la guerra nel 1914-1917 e fu decorato con la croce di San Giorgio, dopo la rivoluzione entra nell'Armata rossa e aderisce al partito nel 1919. La sua condotta durante la guerra civile, i suoi successi nel conflitto russo-giapponese nel 1939 alle frontiere della Mongolia lo mettono in luce: all'inizio del 1941 è capo di Stato Maggiore dell'esercito. La sua folgorante carriera si situa nella guerra russo-tedesca tra la difesa di Mosca (che Stalin gli affidò con un'ordinanza affissa il 19 ottobre, contemporaneamente alla proclamazione dello stato d'assedio nella città) e l'ingresso vittorioso a Berlino, dove rappresenterà l'U.R.S.S. alla firma della resa tedesca. Per qualche mese Zukov è il capo della zona sovietica d'occupazione. Viene eletto al Soviet supremo nelle prime elezioni del dopoguerra (febbraio 1946) e aggiunto a Stalin, ministro delle Forze Armate, come comandante in capo delle armate di terra. Per Stalin era un modo di neutralizzare Zukov, che venne richiamato dalla Germania; la sua disgrazia diventa evidente qualche settimana dopo, quando viene mandato al comando del distretto militare di Odessa. Tra il 1946 e il marzo 1953 lo si perde di vista; Zukov riapparirà solo dopo la morte di Stalin.

Zukov è rimasto per molto tempo il capo militare più popolare nell'esercito e nel paese: sembra infatti che gli ex combattenti e soprattutto i contadini sperassero di ottenere, grazie a lui, condizioni di vita meno dure e un allentamento del regime colcosiano. Queste speranze, fondate o no, avevano svegliato la diffidenza di Stalin, che stava molto attento all'eventuale parte, che il prestigio delle vittorie riportate avrebbe potuto assicurare ai grandi capi militari. Il discorso che il Padre dei popoli pronunciò il 9 febbraio 1946, alla vigilia delle elezioni, resta tipico della sua mentalità e delle sue intenzioni: tutto il merito della vittoria è attribuito al partito e al suo capo; non una parola per ricordare altri successi; al contrario egli rammenta che bisogna "giudicare, criticare e controllare i vincitori" e chiede ad essi "meno infatuazione e più modestia", mentre gli ascoltatori addomesticati gridano: "Viva il grande Stalin! Urrah per il grande Capo dei popoli! Gloria al grande Stalin, artefice di tutte le nostre vittorie" (Articles et documents, n. 477). Rientrato a Mosca, Zukov è nominato primo aggiunto del ministro della Difesa dopo la morte di Stalin, e cooptato nel Comitato centrale del partito nel luglio 1953, al momento della liquidazione di Beria. La Pravda del 16 luglio pubblica il resoconto di una riunione dei nuovi ministri, che, dopo un discorso di Bulganin, assicurano il Comitato centrale della loro fedeltà: Zukov, come altri militari presenti, fa la sua dichiarazione. Nel febbraio 1955 Bulganin, divenuto presidente del Consiglio, cede a Zukov il suo posto di ministro della Difesa; al XX Congresso Zukov, che pronuncia un nuovo discorso, è confermato membro effettivo del C.C. e membro candidato del presidium.

(71) Kuzma Kryukov era un cosacco del Don che si distinse nei primi combattimenti della guerra del 1914; gli fu attribuita l'impresa di aver infilzato sette Tedeschi con un solo colpo di lancia. Fu glorificato dalla stampa sciovinista dell'epoca, che ne fece un eroe nazionale.

(72) Il film La caduta di Berlino fu girato nel 1949 con lo scopo specifico di attribuire a Stalin tutta la vittoria sulla Germania. Il maresciallo Zukov (vedi n. 70 [nota]) appare nel film solo per qualche secondo: giusto il tempo di ricevere gli ordini di Stalin (vedi Nikolaievsky, Op. cit., p. 43). Del resto Stalin "sconfessava ogni film che non cantasse la sua gloria; solo produzioni come La caduta di Berlino o La battaglia di Stalingrado trovavano grazia presso di lui". (H. E. Salisbury, Un Américain à Moscou, p. 252). ,

(73) Alessandro N. Poskrebychev, per molto tempo capo della segreteria particolare di Stalin, disponeva a questo titolo di poteri molto ampi, che esercitava dietro le quinte secondo le

indicazioni del padrone. Stalin lo impiegava in faccende di ogni specie, che egli regolava con uno zelo implacabile. A lui Stalin avrebbe dato l'incarico di installare un sistema di ascolto che gli permetteva di seguire, da una stanza del Cremlino, le conversazioni dei dirigenti del partito e degli alti funzionari sovietici. Egli avrebbe avuto nel corso delle operazioni della "grande purga" una parte attivissima. Candidato al Comitato centrale nel 1924, era stato promosso membro effettivo nel 1939 e confermato nel 1952. Al XIX Congresso aveva pronunciato un discorso, nel quale, dice il riassunto ufficiale, "aveva esaminato particolareggiatamente le questioni concernenti un ripristino della disciplina verso lo stato e il partito, e la giusta scelta e ripartizione dei quadri". Quanto alla sua parte nella morte di Ordzonikidze, vedi n. 92 [nota]. Sparì dalla scena immediatamente dopo la morte di Stalin, e l'allusione di Krusciov lascia supporre che non sia sopravvissuto a lungo al suo padrone.

(74) Questa affermazione di Krusciov è del tutto gratuita, perché ogni tentativo, ogni aspirazione dei popoli allogeni ad un minimo di reale autonomia di qualunque specie sono colpiti nell'U.R.S.S. come "nazionalismo borghese", imputazione che serve a giustificare le forme più implacabili di oppressione nazionale, e questo da quarant'anni. D'altronde il XX Congresso ha insistito perché questa oppressione continui senza pietà e lo stesso Krusciov, grande esperto in materia, ha precisato in modo netto che nessuna - iniziativa sarà permessa agli altri popoli se non "nel quadro definito dai piani dell'economia nazionale dell'U.R.S.S. (XX Congresso, Edizioni dei "Cahiers du communisme" p. 92). L'elogio dello "Stato plurinazionale" è stato spesso fatto anche da Stalin, e particolarmente nel suo discorso "elettorale" del 1946. Durante la prima sessione del Soviet supremo, al momento dell'installazione del Consiglio delle nazionalità, le Izvestia nell'editoriale del 15 marzo 1946 anunciavano: "Quarantanove diverse nazionalità sono rappresentate in questa assemblea", e la redazione si affrettava a precisare: "Tuttavia un posto speciale è riservato al popolo russo, questo fratello maggiore dei popoli fratelli, che continua a venire in aiuto sul piano politico, economico e culturale agli altri popoli che compongono l'Unione" (Bullettin de presse soviétique, n. 13, p. 5).

(75) Nelle regioni caucasiche e in altre abitate da mussulmani una parte della popolazione aveva collaborato coi Tedeschi o era rimasta indifferente agli appelli sovietici durante la seconda guerra mondiale. Essa continuava così la lotta per l'indipendenza nazionale e religiosa, condotta a più riprese contro la Russia zarista prima, contro la Russia sovietica dopo. I capi nazisti, la cui mentalità e i cui metodi tendevano a fare della Russia un paese da colonizzare e sfruttare, utilizzarono solo in minima parte le minoranze nazionali allogene. Così la "questione nazionale", di cui i bolscevichi si erano serviti con tanta abilità dal 1917 in avanti per disgregare l'impero zarista, non fu quasi affatto utilizzata per disgregare il regime stalinista. Durante e dopo la guerra Mosca approfittò dell'occasione per liquidare un certo numero di repubbliche e di territori autonomi, cancellandoli come unità amministrative e deportando in Siberia e nell'Asia Centrale la totalità della loro popolazione, sottoposta così al più totale "genocidio". Sparirono in questo modo, secondo l'enumerazione di Krusciov, la regione autonoma dei Karatciai (nord del Caucaso, 100.000 abitanti); la Repubblica autonoma dei Calmucchi (200.000 abitanti); la Repubblica autonoma dei Cetceni-Ingusci (600.000 abitanti), la cui soppressione sarà annunciata solo nel giugno 1946; la Repubblica autonoma Kabardo-Balkara 300.000 abitanti), divenuta la R.A. dei soli Kabardi, essendo stati i Balkari, meno numerosi, tutti deportati (sulla sorte delle minoranze nazionali vedi il libro fondamentale di W. Kolarz, La Russie et ses colonies, Parigi, 1954; sulle vicissitudini dei Cetceni-Ingusci il libro di A. Ouralov, Staline au pouvoir, Parigi, 1951, pp. 172-181, e soprattutto lo studio dello stesso autore: La suppression de deux peuples musulmans, B.E.IP.I., n: 94, settembre 1953. A pag. 123 del libro di Kolarz si trova una carta dei territori autonomi sovietici soppressi tra il 1941 e il 1946).

Nella sua enumerazione Krusciov dimentica: 1. la Repubblica autonoma dei Tartari di Crimea, che era stata creata il 13 ottobre 1921, nel quadro della R.S.F.S.R., e che fu trasformata in semplice "regione autonoma" dopo la deportazione integrale dei 200.000 Tartari nel 1944. L'annuncio ufficiale della soppressione fu dato solo nel febbraio 1946; questa regione restò a far parte della R.S.F.S.R. fino al febbraio 1954, data nella quale il presidium del Soviet supremo decise di aggregare la regione di Crimea alla Repubblica Ucraina; 2. la Repubblica autonoma dei Tedeschi del Volga, creata amministrativamente il 20 febbraio 1924 (600.000 abitanti), e soppressa per decreto il 28 agosto 1941. Mentre la sua popolazione, comunisti e non comunisti, dopo una feroce epurazione veniva deportata nelle province siberiane di Omsk, di Novo-Sibirsk e nella regione dell'Altai nell'Asia Centrale, il; suo territorio veniva incorporato nella provincia russa di Saratov, salvo una piccola striscia a sud attribuita alla provincia di Stalingrado.

(76) L'ironia di Krusciov è, come sempre, un po' greve. Se è vero che era impossibile deportare in massa i trenta milioni di Ucraini, è altrettanto vero che l'epurazione e le deportazioni hanno infierito in Ucraina più che in qualunque altra delle grandi regioni. A datare da un certo momento, all'inizio del 1938, Krusciov se ne è occupato direttamente, come è provato dall'episodio di Postychev (n. 35) e soprattutto da quello di S. Kossior (n. 42). Paese densamente popolata, l'Ucraina ha avuto una parte importante nella colonizzazione dell'Eurasia, come si è effettuata nel quadro dei piani quinquennali. Inoltre più di 3.500.000 Ucraini abitano la regione settentrionale del Caucaso. La lotta contro il "nazionalismo borghese", o sedicente tale, infuriò soprattutto in ucraina, dove dura ancora oggi. Essa è stata particolarmente violenta tra l'estate del 1951 e l'autunno del 1952 e ha trovato la sua formulazione sia nel XVIII Congresso del Partito comunista ucraino (settembre 1952), sia al XIX Congresso del partito russo (ottobre 1952). Un discorso molto ortodosso, di pretto stile stalinista, è stato pronunciato al XX Congresso dal segretario del Partito comunista ucraino, A. Kiricenko, successore nel giugno 1953 di Melnikov, che avrebbe esagerato nella sua politica di russificazione dell'Ucraina e che era "amico di Beria". Tuttavia Beria era stato fucilato per avere, tra gli altri delitti, "intensificato l'attività dei nazionalisti borghesi".

(77) Krusciov non dà alcuna spiegazione soddisfacente sul secondo "affare di Leningrado" (non più d'altronde di quanto faccia per il primo, quella del 1937, vedi n. 39 [nota]); nel suo rapporto generale all'inizio del XX Congresso, egli si è limitato ad affermare che questo nuovo affare "era stato montato da Beria e dai suoi accoliti per indebolire a Leningrado l'organizzazione del partito e discreditare i suoi quadri" (XX Congresso del P.C.U.S., p. 97). Tra le vittime dell'epurazione, sparite nel marzo 1949, la più conosciuta era Nikolai A. Voznessenski, grande esperto dell'economia pianificata. Presidente dal 1935 della Commissione del piano per la regione di Leningrado, poi presidente del Gosplan nel 1938 e membro del Comitato centrale del partito al XVIII' Congresso (marzo 1939), la guerra lo porta in prima fila: membro dell'Ufficio politico, secondo di Stalin alla direzione del governo, egli dirige l'economia di guerra e ne formula i piani. I suoi meriti vengono riconosciuti: egli è tra le diciassette personalità sovietiche, la cui candidatura viene segnalata alle elezioni del febbraio 1946, e il mese successivo, è ancora lui che presenta al Soviet supremo il "Piano di ricostruzione e di sviluppo per il 1946-1950", primo piano quinquennale del dopoguerra. Come Krusciov racconta più avanti (vedi p. 232), il 3 ottobre 1946 Stalin aveva deciso di allargare le funzioni e la composizione della "Commissione dei sei", creata in seno all'Ufficio politico, e di trasformarla in "Commissione dei sette", con l'inclusione di Voznessenski. Sulla sua esperienza di pianificatore durante la seconda guerra mondiale quest'ultimo ha scritto un libro (tradotto anche in francese nel 1948: L'économie de guerre de l'U.R.S.S., 1941-1945), in cui afferma che l'economia di guerra dell'U.R.S.S. si era caratterizzata con proprie leggi di sviluppo economico, tipiche di una economia socialista, e in cui il piano aveva la parte di deus ex machina. Quantunque in questo libro Stalin venga incensato senza risparmio, Voznessenski sembra aver suscitato più tardi la sua temibile suscettibilità. È possibile che la tesi centrale del libro sia all'origine della disgrazia che seguì, o che ad ogni modo vi abbia fornita un pretesto. Nel 1949 tra i motivi che determinarono la destituzione di Fedosseiev (redattore capo del Kommunist) e di tutto il suo gruppo, il decreto del Comitato centrale del 13 luglio rimproverava anche quello di avere la rivista "raccomandato l'opera di Voznessenski come manuale di lavoro destinato alla propaganda", ed "annullava quelle indicazioni come erronee". Voznessenski fu destituito dalla vicepresidenza del Consiglio dei ministri e dalla presidenza della Commissione del piano nella sessione del Soviet supremo tenutasi nel marzo 1949. Il suo nome sarà di nuovo evocato quattro anni dopo, nel dicembre 1952, quando Stalin era ancora in vita, a proposito della campagna aperta contro le deviazioni "idealistiche e soggettivistiche" degli economisti sovietici: in quell'occasione il libro di Voznessenski fu denunciato come "antimarxista". Fra i più violenti demolitori di questi economisti eretici e in particolare di Voznessenski si trova Michele Suslov (vedi. il suo articolo del 24 dicembre 1952 sulla Pravda), che al XX Congresso del P.C. dell'U.R.S.S., prese posto a fianco di Krusciov. Sarebbe curioso sapere quale fu l'atteggiamento di Suslov nel 1949, nel momento delle lotte feroci tra dirigenti sovietici che condussero Voznessenski e gli altri al palo.

A. A. Kuznetsov era stato nel 1936-1938 membro del Comitato provinciale del partito a Leningrado e collaboratore di Zdanov in questa città; membro del C.C. nel 1939, era stato nominato all'Ufficio organizzativo e alla Segreteria nel plenum del C.C. tenutosi nel marzo 1946; anche M. J. Rodionov era entrato nello stesso momento nell'Ufficio organizzativo e P. S. Popkov, funzionario sindacale, era stata tra i membri supplenti del C.C. al congresso del marzo 1939. Si suppone che i fucilati di Leningrado fossero stati legati a Zdanov, morto prima di loro nel 1948 forse di morte naturale.

(78) Victor S. Abakumov, ministro sovietico della Sicurezza dello stato dal 1947 al 1951, era stato destituito quando Stalin era ancora vivo. Krusciov lo accusa di essere stato il principale responsabile del secondo "affare di Leningrado", nel corso del quale furono giustiziati Voznessenski e i suoi amici (vedi n. 77 [nota]): 'e possibile, perché questo affare risale al 1949, epoca in cui Abakumov faceva parte del governo. Dopo la sua destituzione si apprese che era stato giudicato e fucilato con tre dei suoi complici, con l'accusa di aver partecipato "direttamente al complotto del traditore Beria". Beria ha trascinato nella sua caduta un numero considerevole di suoi partigiani o pretesi tali. Nel processo contro Beria nel dicembre 1953, sei altri coaccusati sono stati fucilati: tra questi V. N. Merkulov, ministro di una branchia della M.V.D., in funzione fino al 17 settembre 1943 e C. G. Dekanosov, ultimamente ministro dell'Interno in Georgia ed ex ambasciatore a Berlino all'epoca del patto tedesco-sovietico. Serge Kruglov, vice ministro dell'Interno con Beria nel 1941, che era stato nominato ministro dell'Interno il giorno stesso della destituzione di Beria (9 luglio 1953), sarà a sua volta "esonerato dalle sue funzioni" il 1. febbraio 1956. Baguirov è stato condannato insieme con alcuni altri a Baku come "un complice fra i più attivi di Beria" in un processo durato dal 12 al 16 aprile 1956. Per dieci anni egli fu capo della N.K.V.D. dell'Azerbaigian, e quindi segretario del partito e presidente del Consiglio dei ministri di quella repubblica. Poco prima e dopo la morte di Beria, si è abbattuta sui quadri del partito e dei governi delle diverse repubbliche una vera mareggiata, il cui senso non è sempre chiarissimo e in cui è spesso difficile scoprire un legame esplicito con l'"affare Beria".

(79) "Mingreliana" si riferisce alla Mingrelia, regione della Georgia, che si identifica con l'antica Colchide e che ha una popolazione di circa 250.000 abitanti turco-georgiani. La cospirazione "mingreliana", di cui parla Krusciov, sarebbe stata filoturca. Essendosi nel 1921 stipulata un'intesa governativa diretta contro l'imperialismo occidentale tra la Russia bolscevica e il movimento dei Giovani turchi, le reciproche rivendicazioni nazionali furono messe in sordina, come tutto ciò che poteva mettere in difficoltà i loro rapporti. La nuova Turchia si era laicizzata e, avendo abbandonato il Califfato, la sua parte di protettrice religiosa dei musulmani in territorio sovietico non fu più rivendicata. Ogni traccia di "panturchismo" sparì quasi interamente, anche nell'Azerbaigian, cui popolazione era per metà di origine turca. Il nazionalismo georgiano si è tuttavia manifestato rivendicando territori; rimasti in possesso della Turchia sulla costa del Mar Nero; e, dopo la seconda guerra mondiale, Mosca l'ha incoraggiato in questa direzione, del resto senza grandi risultati. Negli anni 1951-1952, Mosca ebbe l'occasione di infierire contro le deviazioni "nazionaliste-borghesi" nel Partito comunista georgiano, ma il preteso complotto per una annessione alla Turchia era solo un prodotto dei falsari della polizia sovietica.

(80) Tre georgiani, Ordzonikidze, Stalin, Beria, hanno costantemente seguito da vicino, per tutta la loro vita, gli affari interni del loro paese, senza riuscire, nonostante continue epurazioni, a sradicare interamente lo spirito nazionale e la nostalgia dell'indipendenza. La Georgia non aveva avuto il suo Ottobre 1917; per odio contro i bolscevichi aveva finito col separarsi dalla Russia (B. Souvarine, Staline, pp. 191-193); e, fino al febbraio 1921, aveva conservato un governo menscevico, col quale d'altronde Mosca aveva concluso un trattato di pace il 3 maggio 1920, al momento della guerra di Polonia. Meno di dieci mesi dopo la firma del trattato, l'Armata rossa passava improvvisamente la frontiera della Georgia, prestando il "suo concorso possente" a una rivoluzione, che senza il suo intervento sarebbe stata del tutto impotente. Tutte le correnti del bolscevismo giustificarono l'invasione armata della Georgia e Trotsky consacrò all'avvenimento uno dei suoi opuscoli esplosivi (Entre l'Impérialisme et la Révolution. Les Questions fondamentales de la Révolution à la lumière de l'expérience géorgienne, Parigi, Libreria dell'Humanité, 1922). A metà del mese di marzo 1921, il paese delle montagne, chiamato talvolta la "Gironda" e talvolta la "Vandea" georgiana, aveva cessato di esistere come stato nazionale indipendente: nel maggio 1921 Lenin consigliava ai comunisti georgiani e delle altre repubbliche del Caucaso di non imitare la tattica della Repubblica madre, ma di attuare una "transizione più lenta, più prudente e più sistematica verso il socialismo" (Oeuvres choisies, II, pp. 847-849). I bolscevichi, russi o georgiani, non tennero alcun conto di questo consiglio, e meno di qualunque altro ne tenne conto Stalin, che era allora Commissario del popolo alle nazionalità; nel maggio 1922 egli impose ai vinti la Repubblica socialista federata di Transcaucasia (Georgia, Armenia, Azerbaigian), eh ' cui si servì per meglio dominare e controllare ognuna delle repubbliche federate, e in primo luogo la Georgia. Questa parodia di federazione fu mantenuta all'interno dell'U.R.S.S. (costituita alla fine di dicembre del 1922) e rese a Mosca i servigi amministrativi e polizieschi per i quali era stata creata, fino al 1936, alcune settimane dopo che Enukidze ne aveva assunto la presidenza (vedi n. 28 [nota]). Fu allora incorporata nello schema della nuova costituzione staliniana. Le persecuzioni e il terrore esercitati dai bolscevichi in Georgia, che avevano già attirato l'attenzione di Lenin (nel suo articolo del dicembre 1922), spinsero all'insurrezione dell'agosto 1924, nella quale è difficile precisare la parte avuta dalia provocazione poliziesca; è tuttavia certo che i menscevichi vi avevano conservato una grande influenza, a tal punto che Stalin ne aveva tratto la seguente conclusione: "Tutta la Georgia deve essere "arata da cima a fondo "" (L. Trotsky, Stalin, p. 66). Questa "aratura" fu intrapresa senza ritardi, mediante una serie interminabile di epurazioni sanguinose, due delle quali ebbero luogo nello stesso 1937. Dopo la guerra il Partito comunista georgiano restò come nel passato in stato di crisi: questa crisi si prolungò almeno fino all'aprile 1953, un mese e mezzo dopo la morte di Stalin (vedi la cronaca U.R.S.S. della Documentation Francaise, n. 131: La crise du Parti Communiste de Géorgie). Il passo del rapporto segreto di Krusciov che concerne la Georgia non reca niente di nuovo, poi'ché l suo principale argomento è quello dei vantaggi che la Georgia ha tratto dal piano quinquennale; L. Beria si era già espresso negli stessi termini nell'articolo da lui pubblicato vent'anni prima nell'Internationale Communiste (n. 4, aprile 1936, pp. 488-503). La persistenza di una fronda georgiana è stata rivelata dalle manifestazioni di Tiflis del marzo 1956, che lo stesso Mikoian ha dovuto riconoscere nella conferenza stampa tenuta a Nuova Delhi il 27 marzo.

(81) Krusciov, arrivando a Belgrado con Bulganin e gli altri rappresentanti sovietici il 26 febbraio del 1955, si è affrettato ad addossare a Beria, ai suoi intrighi e ai suoi accoliti, la responsabilità della rottura dei rapporti sovietico-iugoslavi nel 1948. Non si sa se Beria abbia veramente avuto parte nel conflitto, né in che senso. Tito, il solo che avrebbe potuto chiarire il mistero, non ha detto una parola al riguardo. In ogni caso vi sono entrate altre ragioni ben conosciute e alle quali per il momento occorre attenersi. I rapporti fra Stalin e Tito durante la guerra avevano provocato gravi frizioni, che l'euforia della vittoria attutì. La Jugoslavia sembrava destinata ad essere in posizione preminente fra i paesi satelliti e Belgrado fu scelta come sede del Kominform. Appena qualche mese dopo questa decisione, i rapporti tra Mosca e Belgrado si inasprirono; si vide subito, da parte di Mosca, la volontà di imporre una totale sottomissione, e, da parte di Belgrado, la volontà di non accettarla. All'inizio il contrasto prese l'aspetto di una lotta fra le due rispettive polizie - la M.V.D. e l'Ozna - ma ben presto si ampliò a causa dei problemi di potenza, di autonomia, di struttura e di ideologia, che trascinava inevitabilmente con sé. I termini del conflitto di allora si rivelano con evidenza nelle lettere: dei due protagonisti, che vanno dal 27 marzo al 29 giugno 1948 (Echange de lettres entre le C.C. du P.C. de Jugoslavie et le C.C. du P.C. de l'U.R.S.S., Parigi, Le livre yougoslave, 1950). I dirigenti jugoslavi ricevettero l'ordine di sottoporre il contrasto alla prima riunione del Kominform, che doveva tenersi a Bucarest nel giugno 1948; Tito a sua volta rifiutò questo arbitrato sospetto e invitò i dirigenti sovietici a discutere la cosa a Belgrado. La riunione di Bucarest condannò il P.C. jugoslavo, e invitò i membri di questo partito a ribellarsi per imporre l'accettazione del diktat sovietico. L'offensiva dell' U.R.S.S. e dei paesi satelliti contro la Jugoslavia prese rapidamente carattere di estrema violenza: i trattati politici ed economici furono denunciati unilateralmente (46 trattati fra il 1949 e il 1950) e gli altri paesi satelliti organizzarono il blocco economico. Ebbe luogo una serie di processi, fabbricati tutti sullo stesso modello, e il primo dei quali fu quello contro Laszlo Rajk a Budapest (vedi Libro bianco sui procedimenti aggressivi dei governi dell'U.R.S.S., di Polonia, ecc. contro la Jugoslavia, Ministero degli Affari Esteri, Belgrado, 1951). La riunione successiva del Kominform lanciò contro la Jugoslavia una nuova scomunica nella seconda quindicina del novembre 1949, illustrata da un rapporto' di G. Gheorghiu-Dej su "Il P.C. jugoslavo nelle mani degli assassini e delle spie". I personaggi sovietici ufficiali adoperavano lo stesso linguaggio: Molotov come Voroscilov, Malenkov come Suslov. Neanche Bulganin mancò all'appello: infatti l' 11 settembre 1949 dichiarava a Sofia: "Il giuda Tito e i suoi aiutanti - questi malvagi disertori del campo socialista, passati al campo imperialista e fascista - hanno trasformato la Jugoslavia in una galera della Gestapo, ecc.". La crisi estrema fra l' U.R.S.S. e la Jugoslavia avvenne al VI Congresso del P. C. jugoslavo (novembre 1952) e, da parte russa, al XIX Congresso del Partito comunista sovietico, con l'attacco di Malenkov nel suo rapporto generale contro "tutti questi Tito, questi Kardelj, ecc., che sono da molto tempo stipendiati come agenti americani per un lavoro di spionaggio e di sabotaggio, ecc." (XIX Congrès, pp. 94-95). Verso la metà del 1953 tentativi di "normalizzazione" furono iniziati da parte russa, e incoraggiati da parte jugoslava, e si svilupparono poi nel 1953 e 1954 parallelamente all'offensiva di Tito contro Djilas, accusato di simpatie occidentali e socialdemocratiche. Il viaggio di Krusciov, Bulganin, Scepilov a Belgrado nel febbraio del 1955 non fu un'improvvisazione: cinque giorni prima che la missione russa arrivasse, Tito nel suo famoso discorso di Postumia (21 febbraio) sottolineava la sua fedeltà al "marxismo-leninismo" e confermava la sua volontà di non aderire in nessun caso al Patto atlantico. Queste vicissitudini, colle loro oscillazioni e irrigidimenti, vanno molto al di là dell'episodio Beria.

(82) Questo di cui parla Krusciov è il secondo "affare dei medici" nella cronaca sovietica; il primo infatti era stato montato nel marzo del 1938, al processo contro il "blocco dei destri e dei trotskisti". In quel processo i dottori Leon Levin e Dimitri Pletnev erano stati accusati di avere, "servendosi di metodi criminali nel trattamento terapeutico", provocato, in epoche diverse, la morte di Gorki, di suo figlio, di Menginski e di Kuibychev; inoltre essi avrebbero tentato di assassinare Iezov e altri dirigenti sovietici. Il dottor Levin fu condannato a morte e giustiziato, Pletnev condannato a venticinque anni di prigione. D'altronde un filo rosso univa il processo del 1938 a quello del 1953: la personalità di V. V. Vinogradov, dell'Accademia di medicina. Dopo essere apparso come esperto negli "avvelenamenti" del 1938, fu a sua volta condannato nel 1953. Il secondo affare, che scoppiò quasi alla vigilia della morte di Stalin, fu annunciato da un comunicato ufficiale nella Pravda e negli altri giornali del 13 gennaio 1953. La versione ufficiale dell'epoca è nota: nove specialisti fra i più conosciuti, addetti alla clinica del Cremlino, erano "assassini" in camice bianco, che avevano fatto morire Scerbatov nel 1945 e Zdanov nel 1948 e avevano cercato di abbreviare la vita anche a un certo numero di capi militari sovietici; i servizi americani erano gli istigatori di tali delitti, mediante la Joint Distribution Committee, creata per aiutare gli ebrei russi, e ogni osa veniva spiegata dal fatto che la maggioranza dei medici incolpati era ebrea; né i servizi della Sicurezza di Stato, né quelli della Salute Pubblica erano stati all'altezza della situazione; fu una infermiera, Lydia Timaciuk, a sventare colla sua chiaroveggenza il complotto e a scoprire che la clinica del Cremlino era un covo di assassini. Il 20 gennaio fu decorata con l'ordine di Lenin e la stampa pubblicò gli estratti di numerose lettere di congratulazioni, giuntele da tutti gli angoli della Russia. La Pravda del 20 gennaio così racconta la sua eroica impresa: "L'infermiera comunista è davanti al grande medico traditore; in fondo basta "essere patriota". Allora ogni cosa diventa chiara. La Timaciuk capisce che di fronte a sé si trova un nemico e forse una intera banda di nemici dell'Unione Sovietica, nemici crudeli e ben camuffati... Ma la donna lotta come si lotta per la Patria. Per la vita e per la morte". Questa eroina, fino a ieri sconosciuta nel paese, diventa improvvisamente un simbolo e un idolo al quale i nuovi medici dovevano essere sacrificati. Il sofisma omicida di Stalin (vedi n. 33 [nota]) domina la campagna contro i medici scellerati, che hanno tutti confessato i loro crimini: "Quanto più noi andiamo avanti e più grandi sono i nostri successi, tanto più furiosi diventano i residui delle classi sfruttatrici sconfitte, più feroci le loro trame" (Izvestia, 13 gennaio). I giornalisti, ben inquadrati, scimmiottano Danton gridando: "Vigilanza, vigilanza e ancora vigilanza rivoluzionaria" (Trud, 13 gennaio). Nel frattempo Stalin muore. Un mese dopo, il 4 aprile, la stampa pubblica un nuovo comunicato del ministro dell'Interno; egli dichiara che le accuse contro i medici sono "prive di ogni fondamento" e che le deposizioni furono ottenute "con mezzi rigorosamente proibiti dalla legge sovietica". La Commissione d'inchiesta, appositamente designata da Beria conclude che le persone implicate "sono completamente prosciolte da ogni accusa di terrorismo e di spionaggio. Di conseguenza sono state rimesse in libertà". Il comunicato dà la lista degli interessati, che comprende 15 nomi, non più 9. Due dei riabilitati non approfitteranno tuttavia della libertà: i professori M. B. Kogan e Y. G. Ettinger, morti sotto le torture. Il ministro della Sicurezza di Stato, S. D. Ignatiev, che ha diretto l'affare, non è arrestato; alla morte di Stalin egli è uno dei segretari del C. C., ed è mandato in seguito come segretario del partito della Repubblica autonoma di Bachtiria. Tappa verso la forca secondo l'uso del Cremlino? No, dal momento che lo si ritrova al XX Congresso, dove assiste ai lavori ed è tra i membri titolari del nuovo Comitato centrale. Riumin invece, un giudice istruttore addetto alla tortura, della qualità degli Zakovski (vedi n. 40 [nota]) arrestato, processato e giustiziato nel luglio 1953.

(83) G. N. Kaminsky, bolscevico dal 1913, era stato per parecchi anni membro supplente del Comitato centrale, prima di esservi ammesso come titolare. Sembra sia stato, dopo la morte di Kirov, l'autore della formula lanciata vittoriosamente contro coloro che esigevano prove per accusare qualcuno di attività controrivoluzionarie: "Dove parla l'istinto di classe, la prova non è necessaria". Commissario del popolo alla Salute pubblica, aveva firmato gli atti di morte naturale in occasione dei decessi di Kuibychev, Ordzonikidze e Gorki; per questa ragione sarà arrestato e fucilato prima del processo del marzo 1938, in cui Iagoda, Levin e Pletnev furono accusati di aver assassinato questi tre personaggi.

(84) "Mussavat" (parola turca che significa "Eguaglianza") fu dapprima il nome di una società segreta rivoluzionaria fondata a Baku nel 1905, allo scopa di ottenere per i musulmani di Russia l'eguaglianza dei diritti con la popolazione russa. Nel 1917 il movimento si uni ai Soviet, ma restò avversario dei bolscevichi. Dopo la Rivoluzione di Ottobre si formò a Gandza, sotto il nome dì Partito federalista democratico turco, un altro gruppo di azerbaigiani che si fuse con il vecchio Mussavat; per parecchi mesi la capitale, Baku, ebbe il suo proprio governo sovietico (la "Comune" di Baku), mentre il Mussavat, installato a Gandza, controllava il resto del paese. Baku cadde nel 1918; le truppe turche si erano spinte fin là. Il Mussavat conservò il potere nell'Azerbaigian fino all'aprile del 1920. Ma dopo la sconfitta di Denikin, l' 11a Armata rossa, guidata da Ordzonikidze e Kirov, essendosi avvicinata alle frontiere transcaucasiche, entrò nell'Azerbaigian, che fu proclamata Repubblica sovietica. Da allora il Mussavat fu tenuto responsabile di ogni movimento nazionalista della popolazione di origine turca. Niente prova che Beria sia stato un agente del Mussavat, benché Baguirov (vedi n. 78 [nota]) sia stato condannato, alla fine del marzo 1956, sotto l'accusa di aver conosciuto il fatto fin dal 1921 e non averlo denunciato,

(85) Vecchio bolscevico, responsabile del partito a Baku per trent'anni; non ci si deve stupire che sia andata perduta ogni sua traccia: Snegov è restato per diciassette anni nei campi di concentramento dopo la "grande purga", di cui è uno dei rari superstiti.

(86) Laurenti Z. Kartvelicvili, bolscevico dal 1930, appare nella lista dei supplenti del Comitato centrale al XVI Congresso (1930); segretario del partito comunista nella Transcaucasia, ne fu allontanato verso la fine del 1930 per un conflitto con Beria, che riuscì a sbarazzarsi di lui.

(87) Anastasio J. Mikoian, di origine armena, ma nata a Tiflis, nel cui seminario compì, come Stalin, alcuni studi, aderì al partito nel 1915. Dopo la rivoluzione avrebbe preparato con gli operai di Baku, nella primavera del 1920, una insurrezione che, grazie all'arrivo dell'Armata rossa, permise la conquista del potere nell'Azerbaigian. Mikoian visse per parecchio tempo senza risalto fra le quinte della squadra stalinista: membro supplente del C. C. nel 1922, titolare dall'aprile del 1923, entra nel 1927 all' U.P. come membro supplente e lo è ancora nel 7934. Stalin gli affida nel 1926 il commissariato del Commercio interno ed estero, e Mikoian dà sulla sua attività una intervista alla stampa sovietica. (Correspondance Internationale, n. 109, p. 1201). Attraverso diverse riforme amministrative conserva il posto fino al 1949 e lo recupera dopo la morte di Stalin. È oggi uno dei vicepresidenti del Consiglio, senza attribuzione di portafoglio particolare. Al XIX Congresso aveva esaltato in un discorso "l'opera geniale del compagno Stalin sui problemi economici del Socialismo nell' U.R.S.S., libro fondamentale che illuminerà del vivo genio stalinista il passato e l'avvenire del Comunismo (XIX Congrès, p. 221). Al XX Congresso ha criticato in termini tortuosi e prudenti la stessa opera di Stalin che aveva esaltato fino al delirio più di tre anni prima (XX. Congresso, pp. 199-200), ma ha preso una posizione più nettamente antistalinista nelle questioni della direzione collettiva "interrotta per più di vent'anni, poiché regnava in Russia il culto della personalità". Mikoian fa di sfuggita altre osservazioni sulla falsificazione della storia della guerra civile e del partito, in modo che il suo discorso, pronunciato il 17 febbraio, è stato il preludio e forse lo stimolo alla requisitoria pronunciata da Krusciov otto giorni dopo.

(88) Ex operaio conciatore, figlio di un piccolo calzolaio ebreo, membro del partito dal 1911, L. Kaganovic fu gettato nella corrente dell'azione politica dalla prima guerra mondiale, dalla rivoluzione del 1917 e dalla guerra civile. Le storie del regime sorvolano sulle sue attitudini militari, ma insistono sulle sue capacità di organizzatore. Si aggregò presto al gruppo staliniano e seguì, quasi passo per passo, la fortuna del suo capo. Già membra supplente del C. C. al XII Congresso (aprile 1923), serve da guardia del corpo a Stalin contro tutti i concorrenti nella famosa marcia al potere, di cui fu uno strumento subalterno, ma efficace. Restano di lui leggiere tracce di irritazione per la ferula implacabile del grande capo, irritazione presto assorbita in una fedeltà inconcussa. L. Kaganovic diventa membro effettivo del C. C. nel 1924 e conserverà il posto senza interruzione negli anni seguenti. Nel frattempo Stalin lo manda in Ucraina, come segretario del partito, carica che egli tiene per tre anni, dal 1925 alla fine del 1927; poi lo richiama a Mosca, dove lo introduce come membro supplente dell'Ufficio politico. Ila bisogna di lui per una duplice operazione: vuole da una parte placare gli Ucraini, poco affascinati dalla "maniera forte" di Kaganovic (Bukharin dirà nel luglio del 1928 in una conversazione, spesso citata in questa libro: "Stalin ha comperato gli Ucraini, ritirando Kaganovic dall'Ucraina"); e dall'altra, vuole sbarazzarsi del segretario dell'organizzazione di Mosca, Uglanov, troppo legato ai "destri". Kaganovic, come "knut" di Stalin, era detestato dagli uomini dell'opposizione. Piatakov giunge a dire in quell'epoca: "Io posso ancora obbedire a Stalin, per evitare il peggio, ma non voglio obbedire a Kaganovic". Quest'ultimo pertanto diventa membro titolare dell'Ufficio politico nel 1930 ed entra nella segreteria, dove lo si trova ancora nel 1934. Kaganovic partecipò, come quasi tutti gli altri, ai festeggiamenti per il cinquantesimo anniversario di Stalin, che tanto occuparono il partito verso la fine del 1929 e si prolungarono ancora nel 1930: in quell'occasione il Comitato centrale del partito russo rivolse a Stalin una lettera come al "migliore e più sicuro allievo di Lenin", documento che fu poi pubblicato all'inizio di una raccolta di scritti agiografici ai quali dà il tono (vedi Staline, Bureau d'Edition, Parigi, 1930). L. Kaganovic contribuisce alla raccolta con un articolo su Stalin e il Partito, in cui egli esalta soprattutto i meriti di Stalin nel campo dell'organizzazione e per l' "epurazione risoluta e ostinata" che egli ha attuato in nome delle dottrine leniniste, perché "essere in politica un leninista logico vuol dire essere logico nell'organizzazione". In quest'articolo troviamo una delle molte varianti del sofisma di Stalin sulla lotta di classe che prende un carattere acuto quando "il capitalismo è alla fine". (Staline, p. 43 e vedi qui n. 33 [nota]). II 1. marzo del 1935 Kaganovic assume il Commissariato dei Trasporti, lasciando a Iezov la Commissione centrale di controllo, senza trascurare una corsa in Ucraina per dare un giro di vite all'epurazione decisa dopo la morte di Kirov. L'opera di Kaganovic nell'ordinamento delle ferrovie fu efficace, ma non durevole: il "commissario di ferro" aggravò coi suoi metodi l'usura delle linee e del materiale. Durante la guerra Kaganovic fece parte, dal 1942, del Comitato di difesa, in seguito fu relatore al XIX Congresso (ottobre 1952) sul rimaneggiamento stabilito del programma del partito; concluse che "il programma rimaneggiato deve incarnare tutto quello che la nostra guida e il nostro educatore, il grande Stalin, ha portato di nuovo al tesoro del marxismo-leninismo". (XIX Congresso, ed. cit, p. 261). Dopo la morte di Stalin, Kaganovic resta uno dei vicepresidenti del Consiglio e, ciò che conta malto di più, uno dei nove membri del nuovo Ufficio politico; alla tribuna del XX Congresso pronuncia un lungo discorso, in cui non una volta il nome di Stalin è ricordato.

(89) Vedi n. 92 [nota].

(90) La "riabilitazione" di Mikail S. Kedrov è assai singolare. Vecchio bolscevico, dopo la rivoluzione fu uno dei più importanti funzionari del "Collegio" della Ceka. Nel 1918-1919 fu mandato come rappresentante della sezione speciale della Ceka sul fronte di Arkhangelsk, ove si fece conoscere come aguzzino di estrema brutalità. Il periodo ebbe fine in un manicomio, cosa che non gli impedì di fare ulteriormente una brillante carriera: procuratore aggiunto della Corte suprema nel 1927, membro del Presidium del Gosplan nel 1934, ecc. Vale la pena di ricordate il ritratto che di lui disegna René Goul (Les Maîtres de la Tchéka, Parigi, 1938, p. 85 e seg.): "Il capo dell'Ufficio speciale della Ceka, il dottor M. S. Kedrov, si distingueva dagli altri non per l'assenza di crudeltà, ma per la finezza e l'intelligenza. Medico, giurista, musicista, emergeva per la mostruosa raffinatezza delle sue sadiche invenzioni. Era un uomo agiato, figlio di un notaio molto conosciuto a Mosca; aveva fatto i suoi studi di medicina alla facoltà di Berna e a quella di Losanna". Bolscevico, si occupò dapprima del Centro legale di edizione del partito a Pietroburgo nel 1907-1908. Fin dalla sua gioventù dava segni di squilibrio mentale; una pesante eredità gravava su di lui: il fratello maggiore, violinista, era morto pazzo. Egli diventò, nonostante le sue tare, uno dei più alti funzionari dell'amministrazione di Dzerginski. Ad Arkhangelsk questo nevropatico volle imitare le brillanti imprese di Carrier e i massacri di Nantes; guardava dalla riva e sorvegliava gli affogamenti. Faceva arrestare e giustiziare bimbi dagli otto ai quattordici anni sotto il pretesto della lotta contro lo spionaggio (v. anche Tchèka, Parigi, 1922, p. 165). W. Krivitsky lo conobbe come "uno degli inquisitori più abili della Ghepeù" e uno specialista di "confessioni". (Op. cit., pp. 193-194). Vi fu anche un "Kedrov iunior", dotato degli stessi attributi caratteriologici (Id, p. 228), ma che non è la nostra persona: nato infatti nel 1878, Kedrov iunior fu fucilato nel 1940. Non si hanno informazioni sui motivi della soppressione del suo gruppo: Ivan M. Golubiev fu anch'egli membro della Corte suprema nel 1924.

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